Citazione lunga ma notevole

– Ascolta… il fatto è questo: quando uno muore la gente dice: «Beh, ha avuto un’intera vita e quando è arrivata la sua ora se n’è andato in pace.» Oppure dice: «Povero ragazzo… aveva appena cominciato a vivere.» Ma il fatto è che la morte non è un caso. Non è una cosa che prima o poi capita all’uomo in un particolare giorno della sua vita. Capita all’uomo nella sua totalità… al ragazzo che era, al giovanotto che era… alle sue gioie, ai suoi dolori, ai momenti di grandi risate, ai momenti di sorriso. Che arrivi presto o tardi, come può l’uomo morente sentire se ha vissuto abbastanza o no la sua vita? Chi la valuta? Chi può decidere, quando muore, che quella è l’ora? Il corpo soltanto raggiunge un punto in cui non può più muoversi. La mente, anche la mente senile, annebbiata dalle opprimenti cellule cerebrali del suo corpo, razionale o irrazionale che sia, ristretta o di larghe vedute, non si arresta mai; indipendentemente da qualsiasi cosa, finché passa un filo di elettricità da una cellula a un’altra, la mente seguita a funzionare, a muoversi. Come può una mente qualsiasi dire a sé stessa: «Bene, questa vita ha raggiunto la sua fine logica,» e chiudersi? Chi può dire: «Io ho visto abbastanza»? Persino il suicida deve farsi saltare le cervella, perché, distruggendo la parte fisica, sfugge a ciò che alberga nella sua mente e non gli dà requie.

«La mente, Elizabeth… l’intelligenza; la capacità di guardare l’Universo; di badare dove cade il piede, che cosa tocca la mano… come può impedirsi di andare avanti, sempre avanti, assimilando ciò che percepisce attorno?»

Protese il braccio, disegnando un ampio arco rigido ad abbracciare la spiaggia e l’oceano. – Guarda questo! Per tutta la vita lo avrai! E anch’io. Anch’io. Nei nostri ultimi istanti di vita, saremo ancora in grado di ricordarlo, di essere ancora qui. Lo avremo in noi, negli anni avvenire e a migliaia di chilometri da qui. Tempo, spazio, entropia, nessun attributo dell’Universo può privarci di questo, a meno di ucciderci, di stritolarci.

«Il fatto è che l’universo sta morendo! Le stelle bruciano la loro sostanza. I pianeti ruotano più lentamente sul loro asse. Stanno cadendo verso i loro soli. Le particelle atomiche che lo formano rallentano la loro orbita. Il processo, nell’arco di innumerevoli miliardi di anni, avviene lentamente, frammento per frammento. Tutto si esaurisce. Un giorno si fermerà. Una cosa soltanto, nell’universo intero, si amplia, si arricchisce; e si sforza di salire in alto. L’intelligenza, le vite umane… noi siamo le sole cose esistenti che non obbediscono alla legge universale.

«L’Universo uccide i nostri corpi; li tira giù con la gravità, li tira e li tira finché i nostri cuori si stancano di pompare sangue contrastati da quella forza, finché le pareti delle nostre cellule vengono demolite dal loro stesso peso ed i tessuti si allentano, e le ossa si indeboliscono e si curvano. I polmoni si stancano di spingere aria dentro e fuori. Le vene e i capillari si rompono per lo sforzo. Dal giorno in cui siamo concepiti, l’Universo erode e smozzica i nostri corpi, pezzetto per pezzetto, finché il danno sarà irreparabile. E a quel modo, in ultima analisi, ci uccide il cervello.

«Ma la mente

«Ecco l’elemento prezioso; il fenomeno che non ha rapporto col tempo e lo spazio, se non per usarli, per descrivere a sé stesso la vita vissuta dal corpo nell’universo fisico.

Algis Budrys, Luna maledetta (Rogue Moon), traduzione di Alda Carrer

Perché ho riportato questo brano da un vecchio racconto di fantascienza, sconosciuto ai più? Beh, non l’ho fatto per il suo valore estetico (anche se come monologo non è niente male). Il motivo è un’altro, ma per spiegare il perché devo prenderla un po’ larga. (Se odiate i post lunghi ed arzigogolati, potete smettere di leggere qui).

Ogni tanto mi capita di notare quanto spesso persone diverse valutano in modo completamente diverso una stessa teoria, in particolare sul senso della vita (anche se la stessa cosa capita in altri ambiti, come la politica, per esempio). Quello che spaventa l’uno, diventa del tutto accettabile (se non addirittura invitante) per l’altro.

Per una persona come me questa riflessione in realtà è pane quotidiano. Sono cresciuto in una famiglia cattolica, in una società prevalentemente cattolica, frequentando (come tutti i miei amici) un catechismo cattolico fin dalla più tenera età. E, a chiunque me lo avesse chiesto, fino all’età di 16 – 18 anni non avrei esitato a definirmi un cattolico. Ciò nonostante, mentre ottenevo la maggiore età cambiai idea su diverse cose, e capii che in realtà non ero più un cattolico né tanto meno un generico “credente”, ma un agnostico. Nel decennio successivo, la mia opinione ha continuato a mutare nel tempo, senza grosse rivoluzioni di fondo ma comunque sfumando progressivamente verso uno scetticismo ancora più spinto, al punto che adesso, a 30 anni, trovo che “ateo” sia una descrizione migliore della mia posizione in materia di religione.

Una delle conseguenze dell’essere ateo, è appunto quella che ho accennato in precedenza: rendersi conto che tante persone non solo non la pensano come me (cosa questa nell’ordine naturale delle cose, è del tutto comune per chiunque), ma che addirittura percepiscono come orribile quella che invece per me è una visione del mondo del tutto appagante, quasi stimolante.

Spesso infatti, la cosa che stupisce di più un credente non è tanto la possibilità che dio non esista, perché ormai qualunque persona educata ammette tranquillamente che non solo non ci sono prove dell’esistenza di dio, ma che tutto l’universo sembra funzionare come se dio non esistesse. Ciò che il credente di solito non riesce ad accettare è ben altro: che si possa dare senso alla propria vita senza credere ad un dio.

Se il dibattito prende questa piega, l’ateo può sudare sette camice nello spiegare che non c’è bisogno di cercare il senso della vita al di fuori di essa, che tutto ciò di cui abbiamo bisogno per andare avanti è sempre con noi, che la vita ha valore di per sé; il credente non ci troverà niente di bello o rassicurante in tutto questo. La sua idea è che se dio non esiste, allora necessariamente la vita diventa solo uno dei tanti fenomeni senza senso che osserviamo l’universo. Ergo la vita non ha scopo. E chi può vivere felicemente pensando che la propria vita non ha scopo?

La cosa, devo ammettere, è frustrante. Lo è per me, e penso lo sia in generale per tutti i non credenti che si trovano a dover giustificare il proprio pensiero di fronte agli altri. Non ci troverei niente di curioso se qualcuno, per rifiutare le mie teoria rispondesse “Ciò che dici è falso, non corrisponde alla realtà, le cose sono diverse da come le descrivi”; ma qui invece la risposta negativa è formulata su una base completamente diversa, in pratica il credente risponde: “ciò che dici è vero, ma ciò nonostante non posso accettarlo“.

Ed ecco che finalmente ci avviciniamo alla domanda di partenza. Perché io invece posso accettarlo? Dove sta la differenza fra me ed il mio interlocutore? Da dove nasce? Dopotutto io non sono nato ateo, lo sono diventato solo dopo una certa età, dopo un’intera giovinezza passata in full immersion nella religione. Forse ci sono delle differenze innate fra me e lui? Oppure, il nostro sfondo culturale, sebbene sembri lo stesso, in realtà è leggermente diverso? Forse io ho avuto delle esperienze quand’ero giovane, quando ancora il mio cervello era ancora malleabile e privo di preconcetti, che mi hanno spinto in una certa direzione?

In questi giorni insomma mi ero messo a pensare alla mia infanzia ed adolescenza, sforzandomi in particolare di ricordare se ci fosse stato un “primo contatto” quando ero molto giovane, qualcosa che potrebbe avermi influenzato, o perlomeno messo alla prova il mio bisogno di un senso nella vita. E mi sono ricordato di quel monologo con cui ho aperto il post, che il protagonista di Luna maledetta pronuncia poco prima che la storia arrivi alla fine.

Il fatto è che questo brano, che lessi quando ero adolescente (mio padre era un’appassionato di fantascienza, e fin da bambino io e mio fratello avevamo “libero accesso” alla sua collezione di libri), mi fece pensare. Il protagonista giunge alla conclusione che la nostra mente è qualcosa di meraviglioso ed unico nell’universo, ed il modo a cui perviene a questa tesi è completamente alieno a qualsiasi filosofia religiosa: la mente è meravigliosa ed unica perché siamo noi, esseri viventi, che la rendiamo tale; solo noi, in tutto l’universo, abbiamo la qualità di andare contro l’entropia dell’universo, di creare ordine dal caos.

Ovviamente la mia prosa non è eccezionale, Budrys esprime lo stesso concetto con parole più efficaci, ma… non è esaltante questo pensiero? Il testo non lo dice esplicitamente, ma è facile ricavare che, se le cose stanno così, allora noi esseri senzienti abbiamo una missione. Non è una missione che ci è assegnata da un entità esterna, ma è la conseguenza necessaria del fatto di essere vivi: la vita auto-giustifica la propria esistenza. Non solo noi esistiamo perché esistiamo. Siamo vivi perché siamo stati programmati per perpetuare la vita. Sembra troppo poco come scopo? Ma quando leggiamo la frase:

Una cosa soltanto, nell’universo intero, si amplia, si arricchisce; e si sforza di salire in alto. L’intelligenza, le vite umane… noi siamo le sole cose esistenti che non obbediscono alla legge universale.

…come si fa a non sentirsi parte di uno scopo più grande di noi, quando giungiamo a questa conclusione? La vita ci impone un imperativo,  Essa persiste ad esibire questo comportamento, e noi continuiamo a far parte di essa. E questo aldilà di cosa possiamo pensare noi singoli uomini,  aldilà di quanto possiamo sentirci vuoti ed inutili.

Purtroppo non ricordo cosa pensai di preciso quando lo lessi la prima volta, e non solo, andandolo a rileggere ora, mi sono stupito di non trovarci le stesse parole che mi sembrava di ricordare ci dovessero essere. Probabilmente col tempo, altre letture ed esperienze si sono fuse insieme falsando in parte il ricordo.  È probabile che non mi convinse fin dall’inizio. Però evidentemente lo trovai interessante, quantomeno degno di attenzione, tant’è vero che a distanza di svariati anni da quando lo lessi, ero ancora capace di ricordarne il concetto di fondo.

Associato a quella lettura c’è un altro ricordo della mia adolescenza. Ricordo che durante una chiaccherata in famiglia sulla sopravvivenza dell’anima dopo la morte, mi ricordai di quel romanzo, e così provai a proporre, in modo abbastanza ingenuo (ero un ragazzino, dopotutto) ai miei genitori l’idea che potrebbe non esistere nessun dio e nessuna immortalità dell’anima, e che il senso della vita, appunto, potesse essere quello semplicemente di perpetuare sé stessa. Ricordo bene la risposta di mia madre, perché fu lapidaria: “Sarebbe terribile. Tanto varrebbe suicidarsi!”.

Ero un credente allora, e quindi ero del tutto convinto (e d’accordo con mia madre) sul fatto che in realtà non c’erano dubbi che valesse la pena vivere. Ma, tutto sommato, quella risposta, benché a quel tempo non sapessi come contestarla, mi sembrava insufficiente. Già allora mi sembrava ci fosse qualcosa di riduttivo e limitante in quella concezione della vita. Anche se quella volta lasciai cadere l’argomento, in fondo mi rimase il dubbio che mia madre si sbagliasse.

Questo è quanto mi ricordo.

Cosa concludere da questo tuffo nel passato? Beh, è troppo poco per stabilire cosa in particolare mi ha spinto verso l’ateismo, probabilmente è vero che sono stato “fortunato” ad imbattermi in un certo modo di vedere le cose quando ancora ero molto giovane. Ma è anche possibile che in realtà il “germe” dell’ateismo fosse innato in me, e che se ho trovato invitanti certe teorie fin da giovane, è appunto perché la mia mente era predisposta per apprezzarle.

In ogni caso, mi è piaciuto ripercorrere questi ricordi, ed anche scriverli, così da essere un po’ più consapevole della strada che mi ha portato ad essere quello che sono.

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